il percorso

Marco La Pera, fondatore del Banyuaiki Dojo

Ho cominciato a praticare aikidō molto giovane.

A dodici anni non cercavo un percorso spirituale né avevo grandi domande sulla pratica. Mi ero semplicemente innamorato di quei movimenti e dell’idea, allora soltanto intuita, che un attacco potesse essere accolto e trasformato in qualcosa di completamente diverso.

Pochi anni dopo incontrai Paolo Menghi.

Quell’incontro avrebbe cambiato profondamente la mia vita.

Al Mandala entrai per la prima volta in contatto con un lavoro sul corpo, sulla mente e sulla relazione che non chiedeva soltanto di comprendere, ma di fare esperienza. Paolo Menghi fu per me una guida.

Non era un percorso rassicurante. Significava anche incontrare aspetti di sé difficili da vedere, mettere in discussione il proprio modo di funzionare e imparare, poco alla volta, a riconoscerlo con maggiore chiarezza.

In quegli anni qualcosa cambiò profondamente: quella ricerca mi diede una direzione.

Nel 1998 partii per Tōkyō.

Il mio maestro in Italia era Renato Tamburelli, allievo di Tada sensei. Era quindi naturale che, una volta in Giappone, Tada sensei diventasse il mio principale punto di riferimento.

Divenni quindi allievo del Gessōji Dōjō, ma scelsi di praticare quotidianamente anche all’Hombu Dōjō.

Al Gessōji, tuttavia, accadde qualcosa di più difficile da raccontare.

Non riguardava soltanto l’aikidō che vi si praticava o l’insegnamento di Tada sensei. Con il tempo nacque in me un profondo senso di appartenenza a quel luogo e alle persone che lo vivevano.

È un’esperienza difficile da spiegare senza rischiare di impoverirla in qualche modo. Alcuni luoghi si frequentano. Altri, lentamente, diventano parte della propria vita.

Per me, il Gessōji Dōjō è uno di questi luoghi.

Compresi pienamente quanto quegli anni mi avessero trasformato soltanto dopo essere tornato in Italia.

Nei primi mesi dopo il mio ritorno mi accorsi che il modo di praticare e di intendere l’aikidō trasmesso da Tada sensei non era più qualcosa che avevo semplicemente appreso. Era diventato parte di me.

In un contesto completamente diverso, ritrovavo una direzione che mi era familiare: la centralità della meditazione, il lavoro sulla propria condizione interiore, la pratica come percorso che non si esaurisce nell’apprendimento di una tecnica.

Non si trattava di sovrapporre esperienze diverse. Mandala e l’insegnamento di Tada sensei appartenevano a mondi distinti. Eppure, per me, entrambi indicavano una direzione nella quale la pratica coinvolgeva l’essere umano nella sua interezza.

Tornato in Italia, cominciai poco alla volta a insegnare e a trasmettere ciò che avevo ricevuto.

Nel 2005 nacque il Banyuaiki Dojo. Non come il punto di arrivo di un percorso, ma come un luogo nel quale continuarlo e condividerlo.

Da allora sono passati più di vent’anni. Molte cose sono cambiate, altre continuano a trasformarsi. La direzione, però, è rimasta la stessa.